giovedì 31 dicembre 2015

E se poi alla fine non fosse null'altro che una questione di culo ?

Una manciata di ore ci separano dal sipario che chiuderà quest'anno lungo, faticoso, stancante ma nel contempo meraviglioso.
Noi siamo qui, all'incirca dove un anno prima di quest'istante, aprii questo blog.
Il mare dinnanzi a noi pare mai smettere di respirare, polmona con le sue onde che talvolta impetuose talvolta lievi si avvicinano a noi per poi ritrarsi in un gioco di finte come mai volesse farsi davvero osservare.
Siamo su questa spiaggia d'inverno, l'aria fredda secca le labbra e rende questo luogo un concerto di silenzi.
Siamo ritornati anche quest'anno per scaricare quella frenesia che un anno di lavoro e impegni ha accumulato su di noi. Lasciamo che le ore passino, senza obbligatoriamente cercare di organizzare il nostro tempo, lasciamo che esso scorra così come il sole sale e poi scende.
Non abbiamo fretta, non corriamo a cercare quel qualcosa che, forse, molti cercheranno stasera.
Anzi, là dove vi è la festa, la serata alla quale mai si deve mancare, ecco noi saremo dalla parte opposta, nel buio di una notte stellata, nel silenzio di una spiaggia deserta a cercare ancora una volta quel qualcosa che amiamo, noi stessi.
Certo, come tutti cucineremo, ci tratteremo come piccoli principi, e per farlo abbiamo deciso di cucinare pesce.
Per farlo, stamane di buon ora ci siamo recati al porto così da acquistare la materia prima, appena pescata con ancora indosso il profumo di mare.
La strada verso il porto dei pescatori costeggia un lungo filare di barche a vela.
Mi piace guardarle e mi piace pensare a quanta libertà esse possano dare.
Immaginare di essere laggiù, in mezzo a quel mondo fatto di acqua, il solo respiro del vento come rumore di sottofondo, solo il cielo ed il mare come colori e poi, poi l'infinito di fronte.
A questo penso mentre camminando a fianco di Gisella, osservò con la bava alla bocca quelle barche. Su molte di loro, i proprietari sono intenti a riporre nel govone le provviste per la serata. 
La passeranno in mare, come sogno di poter fare io un giorno.
Li osservo, li scruto e credo traspaia senza ombra di dubbio il mio senso di invidia nei loro confronti.
Cammino in linea retta ma il capo è rivolto a destra, nel cercare ogni dettaglio di quella passione, un po' da ricchi, che molti possono permettersi mentre io mi devo accontentare di osservare la loro.
Ci stiamo avvicinando ad una imbarcazione che più di altre mi colpisce.
È una barca a vela con scafo in alluminio. Non brilla per gioventù, ma nel suo essere un po' trasandata mi appare come un qualcosa che potrei rimettere in ordine, partire e mai più tornare.
Sul ponte sono in tre, una donna un uomo ed un cagnolino.
Il trio cattura anche l'attenzione di Gisella, più per il cane che per la barca a dire il vero.
Non scollo gli occhi da quel sogno e mentre rallento per poterla osservare meglio sento che il piede destro affonda in qualcosa di stranamente morbido. Il piede scivola, e con esso anche io perdendo l'equilibrio tanto da essere costretto ad allargare le braccia per non cadere.
Inconsciamente ed inavvertitamente emetto un suono, forse un piccolo urlo di e attiro l'attenzione della donna è dell'uomo sulla barca.
Gisella, anche lei, mi guarda per comprendere cosa fosse successo, ma in pochi istanti le fu chiaro.
Osservo la mia scarpa destra, la quale conserva ancora intatta sulla suola a carrarmato tutta la morbidezza e la fragranza della cacca di cane appena pestata.
Immediatamente penso che il proprietario del "ricordino" sia proprio  quel quadrupede che giace rilassato sul ponte della barca a vela con lo scafo in alluminio.
Lo guardo con occhi di fuoco, e mentre questo avviene incrocio gli occhi dell'uomo che con un sorriso misto fra l'amichevole ed il rammaricato esclama " ........porta fortuna.....buon anno "
Che la merda porti fortuna, lo sento dire sin da piccolo.
Di merde in questi anni ne ho pestate a decine e probabilmente sarà grazie a loro se sono qui, oggi, in questo luogo meraviglioso a scrivere.
Però, se davvero questo detto ha un fondamento di ragione, ecco allora mi chiedo quante merde avrà dovuto calpestare il proprietario della barca e del piccolo quadrupede cagatore.
Credo così tanto nel destino che riuscire a scalfire questa mia rocciosa opinione non credo sia facile, tantomeno se a provarci è una merda di cane.
Però accetto, continuo la mia vita, facendo strisciare il mio piede destro per pulirmi dalla morbida e cremosa fortuna.
Osservo ancora il mare, e il riflesso della luna che ormai sorge crea trecentosessanta cinque riflessi sulle onde.
Ognuno di loro pare portarmi indietro nel ricordare un qualcosa o un qualcuno.
Chi in quest'anno ho perso, chi ho incontrato, chi mi ha girato le spalle, chi mi odia e chi forse mi ama.....e di quest'ultimi, me ne basta una.
Un anno, mille immagini, tante emozioni, eterni respiri.
Cosa mi auguro per l'anno che da qui a poco sorgerà?
Di saper amare !!
E se poi dovesse arrivare anche un po di fortuna......beh, in quel caso ben venga tutta la merda del mondo.

Questo blog, a distanza di un anno, come è nato, oggi termina.
Nulla è per sempre, ma qualcosa resta sempre impresso in noi.

Buon anno




martedì 15 dicembre 2015

Ad ogni respiro .......

Non ricordo esattamente quando e quale fu il primo istante, con buone probabilità avvenne in modo inconsapevole, senza che fossi io a deciderlo, ma di certo avvenne. 
Il mio copro iniziò a perdere peso, il mio stomaco ad essere vittima di un continuo formicolio, la mia mente presa da mille pensieri, i miei occhi smisero di chiudersi per il sonno ed il mio cuore iniziò a battere più forte del solito. 
Quel presente che si stava, giorno per giorno concretizzando, si aprì come una finestra verso un futuro che solo oggi, volgendomi indietro appare come un passato incredibilmente emozionante. 
Non ho mai smesso di crederci anche quando quel sogno pareva smarrito. 
Non ho mai smesso di lottare per alimentare quel formicolio che fa star bene, talvolta fa soffrire ma mai smette di far vivere. 
Mille sarebbero i momenti che vorrei fissare per sempre come foto spillate sulla parete immaginaria di quel muro, che ad occhi chiusi osservo, quando cerco ossigeno nei ricordi di un recente passato....

" mancano solo più un centinaio di chilometri al punto più a Nord del continente Europeo. Siamo partiti da soli quattro giorni e dopo una cavalcata di 4500 km ormai ci siamo. 
L’aria è fredda, la pioggia batte violentemente sulla visiera dei caschi, si insinua sotto i vestiti rendendoci zuppi e tremolanti. Il collo è incassato nelle spalle cercando riparo dal freddo che impedisce i movimenti. 
La nebbia si fa fitta e a stento riusciamo a distinguere il bordo della strada e le renne che, sgraziate nel loro ciondolare, ci tagliano la strada. Ad un tratto dalla nebbia salta fuori una sbarra che impedisce il passaggio. 
Rallento, mi fermo, scendo dalla moto e noto in lontananza la forma stilizzata del mappamondo posto sulla cima della scogliera che si staglia verso il mare del nord. 
Gisella scende, a fatica si toglie i guanti anch’essi zuppi, mi dà la mano e ci incamminiamo a piedi. 
Dopo alcuni istanti, i nostri passi si interrompono la dove la stessa terra ferma cessa di esistere. Gisella mi guarda, mi abbraccia e scoppia a piangere.
Siamo a Capo Nord, quel luogo che per primo, nel suo freddo pungente ma nel contempo nel suo estremo essere, ci ha forgiati e ci ha scatenato il desiderio di muoverci e conoscere. 
Le prendo la mano, a pochi passi vi è un bar, entriamo ed il caldo reagendo con la nostra pelle resa dura dal freddo reagisce su di essa facendo spuntare sulle guance di Gisella due chiazze rosse attraversate ancora dal rigolo salato delle ultime lacrime. 
Piango di gioia mi disse, ma quei suoi occhi lucidi e brillanti, altro non erano che i fari accesi di una donna che si scopriva viaggiatrice e che pur soffrendo, non aveva mai neppure per un istante lasciato alla stanchezza l’onore di vincere ….” 

Nella vita di ogni giorno, fra un viaggio e l’altro, la vita continua ed è forse questo il momento più difficile. 
Il lavoro, gli impegni, la frenesia di quelle mille ansie che cercano di strapparci da dosso la voglia di continuare ad essere bambini, spesso ci spingono a trascurare noi stessi e tutto ciò che nella realtà ha un unico, supremo e vero valore. 
Ma se davvero vuoi lottare, se davvero credi nei sogni ed a loro dai importanza affinché siano in grado di trasformarsi, ecco allora che la vita può stupirti....

" quella carta geografica del mondo, stampata e appesa sul muro che dalla sala porta alla nostra camera da letto, era lì già da tempo ma senza che nessuno di noi due mai vi si soffermasse dinnanzi per più di una manciata di secondi. 
Non so bene perché quella sera mi soffermai più del solito, non conosco la ragione per la quale, per la prima volta, i miei occhi riuscirono ad unire i due punti più distanti del continente Americano, dall’estremo Nord in Alaska, sino all’estremo Sud in Patagonia. 
Gisella, la quale era in cucina, non vedendomi tornare si affacciò sul corridoio. 
Asciugandosi le mani si avvicinò a me, cercò di capire dove i miei occhi puntavano e poi, non riuscendovi, mi chiese cosa stessi guardando. 
Il prossimo nostro viaggio risposi io. 
Allungai la mano destra e appoggiai l’indice sul circolo polare artico dell’Alaska. 
Partiremo di qua…… dissi io, e poi facendo scorrere il polpastrello sulla carta, seguendo una linea posta verso ovest, attraversai tutto il continente Americano sino alla Patagonia, il punto più a sud della terra. Ed arriveremo sino qui…..aggiunsi. 
Gisella si blocco, gli occhi scorrevano dall’alto verso il basso cercando di immaginare come due persone potessero, in moto, da sole, senza supporto esterno ed usufruendo delle sole ferie, riuscire in un viaggio così lungo. 
Mi sarei aspettato una risposta tipica di chi vuole disilludere una proposta oscena. Invece la sua reazione la portò semplicemente a dire….mi piace, ok ! 
Se si può definire quando un viaggio inizia, il suo via non fu in Alaska, bensì quella sera davanti alla cartina. 
Il coraggio o forse l’incoscienza di una volontà che non ha pari ci portò a vivere la preparazione del viaggio fra mille emozioni. 
Quel sabato mattina lasciai Gisella a casa per recarmi in un ufficio dove, con il mio Amministratore Delegato, mi sarei incontrato per una riunione da me richiesta. 
Gisella mi guardò uscire, mi strizzò l’occhio e con un sorriso sicuro mi disse andrà bene. 
La riunione ebbe inizio verso le nove del mattino. 
Il mio Amministratore era seduto di fronte a me, io in piedi proiettavo le immagini di una cartina sulla quale avevo tracciato una linea che attraversava il continente Americano. 
Io parlavo e lui con sopracciglia ruvide fissava il monitor. 
Giunto alla fine della mia presentazione arrivai alla domanda per la quale avevo richiesto la riunione. Il viaggio sarà lungo, non so quanti giorni dovrò stare via. Per questo ti chiedo di poter usufruire di un periodo di aspettativa. 
Calò il silenzio, il mio capo si fece ancora più serio, trattenne il silenzio per alcuni secondi che, ancora oggi mi sembrano un eternità, poi disse….tu sei matto, per me va bene a patto che torni vivo, mi servi vivo. 
Uscii dal suo ufficio, mi catapultai in strada verso la macchina, volevo volare a casa da Gisella per dirle che avevo l’ok. 
Tutto questo però non prima di fermarmi vicino ad un cassonetto dell’immondizia, infilare la mano destra nella tasca interna della giacca, cercare quella busta bianca sul retro della quale vi era scritto “ All’attenzione dell’Amministratore Delegato Ing. …..” strapparla e poi gettarla via. 
L’avevo preparata la sera prima, in accordo con Gisella, sarebbe stata la mia ultima spiaggia nel caso in cui non mi avessero dato l’ok. 
Quando sei certo che per un sogno sia giusto rischiare tutto, ma proprio tutto, fallo ! In quella busta vi era la mia lettera di dimissioni “ ....

Vivere cercando di mantenere vivo il sorriso, la voglia di scoprire in chi ti è a fianco una sorgente sempre nuova di desideri, ecco magari tutto ciò pare non semplice. 
In effetti semplice non è, ma non è neppure immaginabile quanto sia bello e importante riuscirvi. 
Anche lassù, oltre a quel limite dove neppure l’ossigeno vuole abitarvi...... 

"La Pamir Highway, la seconda strada carrozzabile più alta al mondo, è in parte alle nostre spalle, in parte ancora dinnanzi a noi e solo qualche centimetro rappresenta il nostro presente, ovvero quel piccolo spazio che i nostri piedi possono calpestare in quella sera di Agosto, sull’unica strada di quella fatiscente cittadina posta a circa 4000 metri sul livello del mare. 
Abbiamo trovato posto per la notte in una struttura che si fa chiamare hotel… In realtà la stanza ha una finestra con i vetri rotti, non c’è riscaldamento, la luce fioca della stanza è data da una sparuta lampadina posta sul soffitto e di tanto in tanto, si spegne. 
Non ci sono letti bensì due materassi sudici appoggiati in terra. Il freddo dell’esterno, 3 gradi sotto lo zero, è lo stesso dell’interno a causa dell’inesistente finestra. 
Ceniamo in ….hotel… una zuppa di grasso con parti non ben definite di carne. 
Dopo cena, così come fanno la maggior parte delle coppie durante le vacanze, usciamo a fare due passi. Il freddo ci attanaglia il capo, le orecchie perdono la loro gommosa elasticità diventando ben presto due pezzi di cartone. 
Alcuni cani randagi con il pelo sferzato dal vento ci osservano mentre noi, mano nella mano, raggiungiamo la fine del paese. 
Le case in fango allungano le loro ombre grazie alla luce di una luna che illumina più del nostro abituale sole. 
La passeggiata si chiude con l’ultimo sigaro della giornata e mentre soffio via il fumo mischiato con il vapore prodotto dal fiato, Gisella mi si pone davanti, mi guarda e sorridendomi mi stringe forte baciandomi. 
Lassù, dove se davvero non ami non puoi, è matematico che tu non possa essere davvero felice, noi lo eravamo ! “ .....

Non ricordo esattamente quando iniziai ad amare, ma se qualcuno pensa di essere in grado di farmi un giorno smettere………ecco si sbaglia. 
Ho promesso a me stesso e poi a chi mi dà ogni giorno la forza di vivere, di farlo sempre, farlo a prescindere, farlo con passione, farlo con la consapevolezza di tramutare un sogno in realtà in ogni istante. 
 Ho promesso, e sarà meraviglioso farlo, di arrivare un giorno, quel giorno….il mio ultimo giorno….guardare negli occhi Gisella così come lei guardò i miei nella nebbia di Capo Nord, prenderle le mani e cercando la forza di un ultimo sorriso dirle “ Hai visto che ci siamo riusciti ? 
te l’avevo promesso……….
ad ogni respiro……..
ogni momento che vivo ! “

 

mercoledì 25 novembre 2015

Lettera ad un Terrorista

A te, che occhi scuri nella notte vivi per morire, chiunque tu sia, qualsiasi sia la tua nazionalità e la tua religione, dico Ciao, Hello, Salam o meglio ancora Salut. 
A te, che guardandoti allo specchio vedi un uomo coraggioso, si proprio a te dico, che quello specchio è sporco, non riflette e inganna. 
Il tuo coraggio è solo una apparente e momentanea sovra stimolazione celebrale innescata da quella droga che ti inietti e senza la quale, non prendertela, avresti paura. 
La tua forza, quella che tu stesso mostri al mondo ogni qualvolta che con grande narcisismo ti fai fotografare, null’altro è che un arma. 
Il tuo nemico, quello per il quale sei disposto a nebulizzare il tuo corpo, è lo stesso che si arricchisce vendendo gli strumenti di morte che impugni. 
Ed infine il tuo credo, al quale mostro enorme rispetto, null’altro è se non una giustificazione con la quale qualcuno, è riuscito a rendere te stesso vittima prima ancora che tu ne possa generare altre. 
Ho atteso giorni prima di scriverti, non volevo che le immagini, il sangue, le vittime, muovessero le mie dita sulla tastiera del computer senza che la mia mente non avesse prima potuto metabolizzare quanto sta accadendo. 
Ho chiuso gli occhi, come spesso mi succede, per vedere meglio. 
Ed ho visto te, giovane e spaesato, impaurito ed in fuga. 
Ho visto un debole uomo che si nasconde da tutto e da tutti. 
Gli stessi che ti hanno mandato ora ti cercano per punirti. 
Coloro che hai trafitto invece, quasi in modo anacronistico, ti cercano per salvarti. 
Ed ora che non hai più la tua droga, le tue armi, la tua forza ed il tuo coraggio, ora che sei diventato solo un’ombra, tu fuggi. 
Di tutto ciò che avevi quando quella sera sei uscito di casa per mostrare al mondo la forza del tuo credo, ti è rimasto solo il credo. 
Il tuo credo ed il mio sono apparentemente diversi. 
Cambiano i nomi, i luoghi, gli anni. 
Ciò che non cambia è il messaggio che danno, lo scopo per il quale qualcuno un giorno, visse e scrisse quei versi. 
Che una vittima sia Afgana o Italiana, Siriana o Francese, Africana o Medio Orientale, Europea o Americana, per me………resta solo un vuoto immane che nessuno e mai più potrò colmare. 
Perdo un amico, il mondo perde parte della sua forza, l’umanità perde a prescindere e nessuno, nessuno, vince. 
Il nostro mondo, la televisione, i media, assuefanno. 
Noi come bambini capricciosi ci abituiamo troppo in fretta e la morte, se lontana, quasi non ci colpisce più. 
Restiamo attoniti quando questo accade vicino a noi, solo allora il nostro cuore inizia a battere forte ed il sangue porta veloce al cervello la paura. 
Commettiamo un errore ! 
La vita, quella che sono certo anche tu vorresti vivere, vale più di ogni altra cosa in qualsiasi anfratto del nostro mondo. 
La tua vita, che magari ritieni possa non essere importante, per me vale ! 
Se potessi escludere ed annullare l’egoismo del quale sono portatore, se solo potessi dare un valore alle nostre vite, senza dubbio potrei dire che la tua e la mia esistenza, hanno lo stesso, importante, imprescindibile senso di essere. 
Non sei coraggioso tantomeno forte. 
Lo sono state molto di più quelle persone che davanti a te cadevano, cercando con le parole di lottare per vivere.
Lo sono quelle donne, quei bambini, quegli uomini che, nonostante tutto, trovano la forza di vivere ogni giorno. 
I bambini, già, quelle creature che nascono non perché lo vogliano ma perché noi stessi decidiamo che questo avvenga. 
Quei piccoli uomini che spesso, sbagliando, facciamo finta siano già uomini. 
Quei concentrati di esplosiva voglia di vivere, correre, saltare e conoscere. 
Anche tu ed io lo siamo stati, seppur in luoghi diversi, sono certo che in mille cose mille momenti ci siamo assomigliati. 
Giocavamo, anche quando in realtà la vita già ci assorbiva, per noi era un gioco. 
Io ne ho due di bambine, ormai grandi ma per me sempre bambine. Hanno giocato anche loro, come noi. Poco alla volta, un giorno dopo l’altro si sono costruite la vita…..per viverla. 
Ora sono lontane, ma non passa giorno che il mio pensiero non vada a loro, ai loro occhi, alle loro mani che ormai stringono quella di un altro uomo che non è più il loro papà. 
Sogno per loro un sole caldo, un cielo sereno ed un’aria fresca. 
Chiedo e urlo al mondo di non veder mai scomparire il sorriso dai loro volti. 
Vivo……..nella speranza di veder sorgere altri sorrisi come il loro. 
Sono certo di quel coraggio che loro hanno, di quella forza esplosiva che la loro voglia di vivere sa infondere negli altri. 
Esattamente gli stessi pensieri e le stesse speranze che anche il tuo papà nutre. 
Esattamente quei sorrisi che anche lui vedeva sul tuo volto. 
Completamente diverso però, il modo di dimostrare la tua forza ed il tuo coraggio. 
Ma c’è sempre un momento della vita di ognuno di noi dove, lo specchio inizia a riflettere nel modo giusto, non inganna più e ci mette di fronte a ciò che realmente siamo. 
Ed è in quel momento che possiamo scegliere se chinare il capo e ruotare gli occhi per guardare altrove al fine di non dover ammettere che quell’immagine riflessa noi non la vogliamo. 
Esiste quell’istante per il quale, se davvero siamo coraggiosi e forti, possiamo cambiare noi stessi. In quell’istante, che saprà di immenso, forse ti sentirai svuotato, forse penserai di aver sbagliato tutto, forse ti accorgerai che ciò che eri e ciò che hai fatto è stato ignobile. 
Quando lo farai, solo allora…..avrai dimostrato al mondo la tua forza ed il tuo coraggio ! Salam

 

giovedì 5 novembre 2015

Come una betulla

Respiro l’aria fresca di questo giorno d’autunno mentre, una ad una le piante del parcheggio nel quale mi trovo si spogliano del loro abito che per mesi le ha, di vita, vestite. 
Mi guardo attorno e vedo questo mio mondo lasciarsi andare, quasi sconfitto, abbandonarsi come stesse per inclinarsi su se stesso e chiudere gli occhi, immobile, inerme, sino a quando, nuovamente, tutto tornerà a vivere. 
Un anno, come un giorno. 
Un parallelismo di due istanti, diversamente lunghi ma simili fra loro nel trasmettere emozioni. 
La primavera come il mattino, un sole che nasce, un cielo che illumina, un’aria che poco a poco si fa mite e fa sentire vivi, alimenta quel senso di futuro davanti a noi, scatenando il desiderio di sognare, progettare e partire. 
L’estate come il mezzogiorno, Il caldo intenso di una terra che vive il suo momento più intenso. 
"Tutti fuori" sembra gridare ad ognuno di noi. 
Ed è lì che partiamo, andiamo lontani, fuggiamo verso luoghi che sino a quel momento erano nostri solo grazie alla capacità di sognare. 
L’autunno come la sera, il sole si allontana, lo vedi scomparire dietro l’orizzonte, la temperatura scende inesorabilmente, le ombre si allungano e la tua mente passa dall’immaginare il futuro al ricordare il passato, ciò che è stato del tuo giorno, cosa hai visto, cosa hai fatto. 
Si inizia a dare più spazio ai racconti piuttosto che costruirne di nuovi. 
L’inverno come la notte, l’oscurità di un mondo che ti avvolge e quasi ti imprigiona impedendoti di volare. Il freddo ferma il mondo come in una istantanea che osservi a lungo senza mai notare un movimento, un cambio di colore, una forma di vita nuova. 
Per chi come noi vive di vita e non di ricordi, questo è il momento più difficile. 
La mente quasi cessa di guardare avanti e voltandosi indietro fa risalire istanti, pensieri, paure costringendoci a rielaborarle, rimasticarle come la mucca rumina l’erba ore dopo averla ingurgitata.
Analizziamo ogni passaggio di questo anno o questo giorno che sia. 
Rivediamo i volti di chi abbiamo incontrato. 
 Ripetiamo a mente le battute, le frasi che ci hanno fatto sorridere e cerchiamo di cementarle nel nostro cuore al fine di fare scorta di pensieri felici per i mesi futuri. 
Pensiamo alle cose accadute, ai cambiamenti che ci sono piovuti addosso senza che magari potessimo evitarli. 
Pensiamo e ci preoccupiamo sempre per gli altri, magari lasciando andare noi stessi come gli alberi che di fronte a noi si stanno spogliando del loro essere, divenendo scialbi, grigi e all’apparenza tutti uguali fra loro. 
Sono venticinque anni che qualcosa o qualcuno mi salta addosso come un demonio una volta all’anno almeno ricordandomi che, forse e per fortuna, non siamo tutti uguali. 
Ma soprattutto questa mia compagna di vita dovrebbe aiutarmi a ricordare che ogni tanto, seppur possa sembrare egoistico e poco altruistico, ognuno di noi dovrebbe cercare di regalare la massima attenzione alla persona più importante, ovvero noi stessi. 
Difficilmente ci si riesce. 
La nostra natura ci porta a considerare noi stessi come un accessorio o forse un aiuto per le persone alle quali vogliamo bene, dimenticandoci però che anche noi valiamo. 
Sono venticinque anni che mischio il mio sangue con un qualcosa che stringe le vene, ne riduce l’afflusso al cervello, spazzando via quel dolore che talvolta diviene insopportabile. 
Chissà quanto ancora il mio cuore resisterà ? 
Chissà per quanto ancora, anche il mio cuore così come il corpo che lo avvolge, urlerà al mondo: mai mollare !! 
Meglio non avere queste risposte, meglio rialzare lo sguardo verso quella betulla che non è neppure più in grado di fare ombra a se stessa tanto è nuda e mai dimenticare che domani mattina, o forse meglio dire la prossima primavera, anche lei tornerà a rivivere. 
Sarà bella, brillante e sorridente. 
Sarà lì ad aspettarci per mostrarci quanto forte sia stata nel superare questa notte. 
La notte che verrà si sta avvicinando, i passi alpini ormai ricoperti di neve ci costringono a lottare per poter respirare ancora una boccata di quell’aria libera. 
Ma chi non lotta non conquista e chi non conquista non realizza sogni. 
Per questo io non mollo, e con me…..neppure il mio cuore !






domenica 27 settembre 2015

Articolo per Medium Italia



    Quando inizia il viaggio: In moto fino all’impero di Gengis Khan


“Quando ci si smarrisce, i progetti lasciano il posto alle sorprese, ed è allora che il viaggio comincia: Una Moto Guzzi, più di 20 mila chilometri, 9 Stati e 7 fusi orari, in 31 giorni


Un viaggio lungo e scomodo: una tenda ultra leggera, un fornelletto a benzina e alcune buste di minestra liofilizzata sono tutto ciò che è servito a Gianni Reinaudo e alla moglie Gisella per un viaggio di 20.500km in soli 31 giorni (attraverso 9 Stati e 7 fusi orari). Sono partiti da Mandello del Lario per arrivare a Ulan Bator e ritorno. Sono passati attraverso la Bielorussia, Russia e Siberia fino ad entrare in Mongolia dal Lago Baikal. Una Moto Guzzi (Stelvio 1200 NTX) e solo 300 km di strade asfaltate.










































































Ecco il racconto di questo viaggio straordinario:


TI prego, non andare giù, aspetta. Il sole inesorabilmente tramonta alle nostre spalle, la luce del giorno gradatamente si affievolisce e le nostre pupille iniziano a dilatarsi al fine di permettere ai nostri occhi di adeguarsi al buio che inizia ad avvolgerci. La strada deserta che dinnanzi a noi pare non finire, si stringe all’orizzonte senza mai dare un tangibile segno di vita. La Siberia, cuore estremo di una Russia sconfinata, sembra che di colpo ci sia nemica. La nostra moto, anima meccanica e cuore rumoroso in quella notte di inizio Agosto 2011, ci spinge a proseguire, cercare, mai mollare.

Dagli specchietti retrovisori scorgo delle luci di auto che in lontananza, a grande velocità si avvicinano. Ci raggiungono, ci sorpassano, e mentre questo accade, dall’ abitacolo della prima delle due auto, un uomo, con dentatura d’oro, si avvicina al finestrino, mi guarda con occhi di ghiaccio, mostra qualcosa che vorrei non si fosse trattato di una pistola ma credo, purtroppo, di poter dire che di quello si trattasse. L’auto sterza verso destra, quasi ci urta con il rischio di farci finire nel fossato. Io freno bruscamente, l’auto ci precede ma anch’essa frena e si fa raggiungere. Accelero, li supero e cerco di distanziarli, ma loro sono veloci e ci raggiungono nuovamente. Attendo che mi siano di fianco, freno nuovamente e mi fermo. Attendiamo qualche minuto, l’auto scompare nel buio della notte siberiana. Ripartiamo con il cuore in gola, percorro alcune centinaia di metri sino a quando scorgo una stradina sterrata che scende verso destra sino ad una casetta in legno del distributore di carburante. Mi ci infilo, aggiro la casetta in modo tale da renderla come scudo visivo verso la strada.

Parcheggio la moto, spengo il motore e nel silenzio immacolato di un luogo terreno distante mille pensieri da casa, Gisella ed io rimaniamo in silenzio. Da est vediamo delle luci sulla strada, l’auto di prima sta tornando indietro. Si muove lentamente, forse ci sta cercando. Noi ci nascondiamo dietro la casetta in legno, vorrei parlare al cuore e dirgli di pulsare meno rumorosamente, vorrei dire al mio fiato di rallentare perché, causa la bassa temperatura della notte, potrebbero vedere il “fumo” del mio respiro. L’auto silenziosamente e lentamente passa e noi, mano nella mano, stretti come due bambini che giocano a nascondino, ci guardiamo. Con una smorfia che è un misto fra paura e soddisfazione, riusciamo a trovare il tempo, la forza ed il desiderio di darci un bacio, stringerci forte e sorridere.

Il viaggio, il nostro viaggio……..inizia ora.


Partiti giorni prima dall’Italia, Gisella ed io, soli, consapevolmente consci delle difficoltà ma altrettanto motivati a trasformarle in grandi ed indelebili ricordi, puntiamo verso Est, sino alla capitale Mongola di Ulaanbaatar, dove allora, e solo allora ruoteremo la nostra moto verso Ovest nel cercare di ritornare a casa. Parti con una sola certezza, quella di andare per cercare ciò che rende il mondo potenzialmente un immenso gruppo di sette miliardi di amici, parti per cercare e prima ancora donare…un sorriso.


Prima della partenza, sapendo che non saremmo riusciti a percorrere tutto il viaggio con un solo treno di gomme, spedimmo un pacco all’aeroporto di Ulaanbaatar. Il pacco, similare ad un pacco esplosivo, di forma circolare, conteneva due pneumatici nuovi ed alcuni barattoli di olio motore incastonati all’interno. Il tutto racchiuso dentro a centinaia di metri di nastro adesivo per pacchi, avvolto con cura meticolosa durante una afosa serata di fine Luglio nel nostro garage.

Avvolti dalla polvere delle strade della capitale che, per chi non sia mai stato in Mongolia, non cerco neppure di descrivere in quanto per essere credibile dovrei necessariamente definire infernali mentre forse l’aggettivo giusto non esiste, arriviamo nei pressi dell’ostello che avevamo identificato per le due notti successive. La stanza è minimalista, due brande in legno con materassi i quali, forse, avrebbero più storie loro da raccontare che non il sottoscritto, ci danno il benvenuto. A noi pare una reggia in confronto alla notte passata nascosti dietro la casupola di legno in Siberia giusto due giorni prima e, con il senno di poi, alle notti passate sotto il cielo della Mongolia.

Dopo poche ore, la moto è pronta. Gomme tassellate nuove per poter affrontare i quasi 2000 km di piste sterrate della Mongolia, olio nuovo, freni nuovi e soprattutto un nostro nuovo, profondo e sconfinato sorriso.

Il mattino successivo piove e le strade di Ulaanbaatar sono un intreccio di fango. È presto, sono circa le 6 e noi non vogliamo mancare ad un appuntamento.

Ciò che diede origine a questo viaggio fu la storia di un uomo.

Un uomo crudele, spietato, ma nel suo contempo valoroso e coraggioso. Riuscì a riunire tutte le tribù dell’estremo Est conquistando aree geografiche immense, uccidendo gli uomini e stuprando le donne. Pare, che in piccole percentuali, anche noi e quindi forse anche io, potremmo discendere ancora da Gengis Khan. Non si sa dove sia nato quest’uomo, ma si conosce dove sia morto. Oggi in quel luogo vi è un monumento enorme, enorme come la fama di costui, enorme come la voglia di conoscere di Gisella ed io. Ci recammo la, ad Est della capitale nonostante la direzione giusta per tornare a casa fosse l’ovest.

Riattraversiamo Ulaanbaatar e puntiamo verso Ovest.

Segue su .... 

https://medium.com/italia/quando-davvero-il-viaggio-inizia-sulle-orme-di-gengis-khan-ab7daa68563f




domenica 30 agosto 2015

Ricordi di Mongolia - Invito alla conferenza presso il Museo dell'Auto di Torino

Tornai da quel viaggio con la consapevolezza di aver compiuto, nel mio piccolo qualcosa di grande. 
Ancora non sapevo che il destino mi avrebbe posto di fronte a prove ben più difficili ed in qualche misura, a quel viaggio, collegate. 
Per questo, quasi senza gratitudine per quei luoghi e per tutta la fatica profusa nel cercare di attraversarli, decidemmo in modo inconscio di dimenticare. 
Ma con il passare del tempo ci accorgemmo che dimenticare non è giusto. 
Superare, ricominciare, ricostruire, riamare......questa è la soluzione. 
Dimenticare vuol dire cancellare, ignorare, rinnegare...........e la Mongolia, quel luogo denso di emozioni così forti e fra loro contrastanti, non lo merita ! 
Chiuderemo gli occhi e soffiando sulla polvere che solo apparentemente ricopre i ricordi di un viaggio compiuto nel 2011 lo racconteremo. 
La partenza da casa, attraversando la Polonia, Bielorussia, tutta l'immensa Russia e la Siberia, sino ad entrare in Mongolia per poi, non ancora dissetati dalla nostra voglia di conoscere, attraversare tutta la Mongolia in sterrato e far rientro a casa. 
Un viaggio di 20500 km, in moto, Gisella ed io, noi due soli in un mondo così lontano e tanto difficile da mettere a nudo la nostra infinita debolezza. 
Tutto questo, se desiderate, sarà a voi raccontato alla conferenza che si terrà al Museo dell'Auto di Torino il giorno 23 di Settembre, dove la moto del viaggio insieme alla tenda è esposta in un area dedicata.
A seguire troverete l'invito ufficiale per partecipare alla conferenza , basta scaricarlo. 
Se deciderete di onorarci con la vostra presenza, noi cerceremo di...............portarvi in Mongolia !